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Satispay, Londra e il codice fiscale

Aprire una società all’estero: scelta obbligata per gli istituti di pagamento italiani.

Se un istituto di pagamento italiano intende offrire un servizio, deve richiedere il codice fiscale. Se il cliente è italiano ok, se è straniero, addio. Se un istituto di pagamento europeo, invece, offre un servizio sul territorio italiano, non c’è bisogno di codice fiscale. Massima inclusione quindi per clienti italiani e stranieri.

Facciamo un esempio: Number 26, una delle banche online migliori del mondo, tedesca, offre da poco la possibilità di aprire conti correnti anche in Italia. Che tu sia italiano o no, niente codice fiscale. Satispay, una delle app più promettenti al mondo per il trasferimento denaro e acquisti in store attraverso smartphone, italiana, deve chiedere il codice fiscale. Con buona pace per la concorrenza e il successo di un prodotto del Belpaese.
Che fare? Aprire per esempio a Londra un’altra società. Nel caso di Satispay si tratta della Satispay Ltd, al 100% della Satispay Spa. Sia chiaro, non è soluzione per pagare meno tasse in Italia, anzi quanto a costi fiscali non è nemmeno troppo conveniente, ma se la nostra app di punta vuole competere ad armi pari con i cugini europei, non c’è altra soluzione. Che poi, a dirla tutta, non è solo una questione di codice fiscale: all’estero si trova un’accoglienza del tutto diversa soprattutto in termini di professionalità, che qui in Italia si fa fatica a trovare.
Comunque, questo vale per tutti, perché le soluzioni italiane per il cosiddetto P2P o P2M (person to person o person to merchant) sono diverse ma tutte con una specie di palla al piede. Di fatto il codice fiscale è uno strumento che permette all’Agenzia delle Entrate di riconoscere facilmente un contribuente, è un sistema molto efficace e quindi sarà difficile trovare un’altra soluzione. Il pallino comunque l’ha lanciato l’unico che a Montecitorio a ha cuore lo sviluppo degli strumenti digitali di pagamento, Sergio Boccadutri che lo scorso 28 giugno ha presentato un’interrogazione al Ministro dell’economia e delle finanze per portare alla sua attenzione la questione.

Dice Boccadutri: “…Satispay ha aperto nel febbraio 2017 una società omonima londinese, si tratta di una scelta obbligata. Se l’intermediario finanziario fosse stato in Italia, infatti, la società sarebbe stata costretta a chiedere il codice fiscale a chiunque, ivi inclusi gli stranieri”. Chiede quindi “se il Ministro stia considerando l’opportunità di assumere iniziative per eliminarlo al fine di limitare gli svantaggi competitivi per le aziende che scelgono di operare esclusivamente dall’Italia nel mercato europeo”.

Ogni volta che affrontiamo temi come questi, l’alibi è sempre la sicurezza. Ricordo che lo stesso Visco durante la presentazione del Rapporto Annuale 2016 lo scorso 3 luglio ha dato numeri allarmanti sul fronte del riciclaggio, puntando i fari anche sull’epayment come soluzione per attività criminose. Bene quindi tutte le soluzioni volte a proteggere la legalità, ma attenzione codice fiscale, doppia livello di sicurezza ecc.. diventano poi solo una barriera all’inclusione finanziaria, anche questo assai delicato come tema.